Il destino dello scrittore

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La scrittura è un'arte solitaria, fatta di stanze silenziose e di viaggi nell’anima.

Questo pensiero mi si è acceso nella mente proprio mentre sono sull’ultima stesura del mio nuovo romanzo e mi chiedo: è forse questo il destino dello scrittore?

Scrivere è un viaggio nello spazio interiore.

Diviene quindi fondamentale, se si vuole davvero scrivere, ritagliarsi un angolo, una stanza silenziosa sia nel mondo esteriore che in quello interiore e quando uso l’aggettivo "silenziosa", lo intendo in senso letterale: niente internet (da utilizzare solo se dovete accedere ai vocabolari on-line) e, di conseguenza, niente social; TV spenta, nell’angolo della scrittura non ci dovrebbe neanche essere una televisione; infine, più di ogni altra cosa, cellulare spento o silenziato e nascosto alla vista e nessuna persona che si aggiri intorno a voi mentre scrivete.

A questo punto ho già sfatato il mito dello scrittore che scrive nelle caffetterie, a un tavolino del bar o in biblioteca: se l’atto di scrivere è preso seriamente, indirizzato alla creazione di un romanzo o di un racconto, allora il luogo pubblico non è adatto, perché non vi concederebbe quella concentrazione immersiva (io la chiamo così) necessaria non solo all’atto creativo in sé, ma anche al suo sviluppo, cioè alla trasformazione delle idee in parole scritte.Il silenzio, dunque, dovrebbe essere quasi totale e la solitudine assoluta.

Il destino di chi scrive è stare ore e ore in totale solitudine, almeno sei giorni su sette, immersi nell’isolamento. Perché? Perché scrivere è un dialogo tra sé stessi e una fonte creativa non ben definita, niente altro deve intervenire.

In un mondo dove in realtà si aspira, ogni minuto di ogni giorno, a fare il contrario, è possibile creare questo tipo di sospensione dal mondo esterno?

In realtà non è una questione di possibilità ma di scelte:
scrivere è infatti, prima di ogni altra cosa, una scelta di vita;

poi diventa un atto creativo, un momento artistico e un’avventura, ma è pur sempre un’avventura in solitaria.

Dimenticate la connessione a oltranza con social e smartphone, email e WhatsApp: quando si decide di iniziare a scrivere un romanzo c’è solo una linea diretta, quella con sé stessi e con la non identificata fonte creativa che, con ogni probabilità, risiede dentro di noi.

Il dialogo con il silenzio diviene, quindi, un generatore di idee e la solitudine diviene uno strumento per conoscere e ascoltare la voce creativa che sussurra dagli antri più bui del nostro essere.

Per gli scrittori, la stanza vuota è un luogo magico
e la solitudine un’arte da coltivare,

da far crescere, con la convinzione che darà buoni frutti.

Ecco perché gli autori non si sentono soli quando stanno da soli, al contrario, riconoscono nel mostro "solitudine" un buon amico da ascoltare: un attento, silenzioso osservatore di tutto ciò che esiste.

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