Attraverso l’invasione da parte di una entità aliena della quale conosciamo solo dimensioni e forma, la vita quotidiana viene ribaltata. Da qui lo spunto per scavare le mancanze della nostra società e la pochezza delle persone che la compongono che di fronte al dramma tornano, e questo è il punto di forza del film, a comportarsi da esseri umani.

Cloverfield è realizzato alla The Blair Witch Project, cioè dal punto di vista di una videocamera che rimane nelle mani di un ragazzo al quale è stato affidato un compito ben preciso e lui, con grande fermezza, lo porta a termine fino in fondo. La videocamera amatoriale è affidata a Hud (T.J. Miller) al quale viene chiesto di fare una cronaca di una festa dedicata a Rob (Michael-Stahl David) che sta per lasciare New York per andare a lavorare in Giappone. Hud prende il compito sul serio e non si perde un solo minuto di quello che accade alla festa, cosa che dovrebbero fare anche gli spettatori perché i dialoghi che i ragazzi si scambiano in quel contesto sono la chiave di lettura dell’intero film.

Poi i festeggiamenti vengono interrotti da un cataclisma, un attacco da parte di qualcosa di cui non si sa niente e mai si saprà. Perché mai si saprà? Perché non è importante conoscere da quale pianeta sia caduto l’alieno o da quale anfratto della Terra sia sbucato il mostro, quello che è importante per Cloverfield è mostrare la reazione a livello umano dei quattro protagonisti.

Durante la festa ci vengono mostrati i comportamenti insulsi delle persone della nostra epoca, la loro stupidità e la loro superficialità, poi il mondo cade e ogni cosa perde di significato tranne quei valori che la nostra società ha smarrito lungo la strada quasi dimenticandosi della loro esistenza. Questi valori tornano a vivere, incredibilmente, attraverso lo shock della devastazione e la paura della perdita. Perché in un simile contesto gli affetti muoiono, si smarriscono, si rimane soli e si comprende di non aver fatto altro, nella vita, che comportarsi da stupidi, senza neanche notare ciò che c’è di davvero importante, pensando solo alle cose materiali, alle feste, al bicchiere sempre pieno, creandosi problemi che non esistono perché annoiati dalla vita. Ci vuole l’evento estremo, nel caso di Cloverfield rappresentato da un mostro sanguinario, per risvegliare le menti e il lato umano, quello profondo, coraggioso e romantico, delle persone. Cloverfield sembra il solito film di fantascienza ispirato a Godzilla, ma c’è molto di più.

Il film è diretto da Matt Reeves, in modo impeccabile vista la scelta del punto di vista; non fatevi impressionare dalle prime immagini, resistete quei dieci minuti che sembra di stare in alto mare, perché poi la videocamera si stabilizza, la storia prende piede, la regia apre la visuale, l’effetto si fa forse meno claustrofobico ma decisamente più angosciante. Angosciante anche perché alcune scene, quelle dell’inizio dell’attacco, ricordano il crollo delle Twin Towers, angosciante perché sappiamo tutti che la fantascienza usa metafore estreme per individuare la realtà, quindi il mostro alieno potrebbe essere chiunque e, visti gli eventi che noi tutti stiamo vivendo, è immancabile il ricordo dell’11 settembre e un pensiero al terrorismo, capace di devastare le nostre vite. Per questo motivo Cloverfield ha avuto tanto successo perché cerca di dirci, attraverso il cambiamento di atteggiamento e persino di pensiero di un gruppo di ragazzi, che si vedono crollare addosso il mondo, di stare attenti alle cose importanti della vita: agli affetti, ai sentimenti.

Non lasciatevi sfuggire l’attimo perché anche solo due minuti dopo che quell’attimo è passato, potrebbe essere troppo tardi.

 

 

Photo credits
da: IMDB
> Foto 1: una scena del film
da sinistra: Michael Stahl-David, Lizzy Caplan, Jessica Lucas
© 2008 Paramount Pictures

> Foto 2: una scena del film: Jessica Lucas e Michael Stahl-David
© 2008 Paramount Pictures

> Foto 3: locandina del film

 

 

 

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